Siamo ciò che mangiamo?

In questi giorni in tv c’è uno spot pubblicitario di un’azienda che produce cibo biologico, che sottolinea che noi siamo ciò che mangiamo. Penso l’azienda abbia ripreso un affermazione del filosofo Feuerbach, ma ciò che vorrei sottolineare, riflettendoci sopra, è che forse oltre ad essere ciò che mangiamo, tendiamo a diventare anche ciò che vediamo, ascoltiamo, diciamo, leggiamo.
Penso che la nostra mente sia molto permeabile, e molto facilmente, se “malnutrita”, tenda a riprodurre ciò che ci circonda, o ciò di cui la circondiamo quotidianamente.
Osservate i comportamenti di chi incontrate in strada, in vacanza, sugli autobus, in treno; ascoltate con attenzione i discorsi del vostro vicino di ombrellone, del passeggero seduto vicino a voi in un qualunque mezzo di trasporto pubblico. Ascoltate le telefonate (nulla di più semplice), ascoltate i commenti ai fatti del giorno.
Guardate con quanta fedeltà, con quanta cura avviene la scelta del fatto del giorno, scelta fatta non da chi parla, ma dal telegiornale visto da chi parla.
Guardate con quanta cura viene espressa non un’opinione personale, ma ripetuta pedissequamente l’opinione del tale che è piaciuto di più, e che l’ha espressa qualche ora prima.
Cercate di carpire il titolo di un libro in una conversazione, cercate di individuare il tale che cita un film non “presentato” dal telegiornale, o nella trasmissione di “approfondimento” giornalistico che va per la maggiore: non è un compito difficile?
Guardate ai comportamenti, a chi getta in terra in metropolitana il giornalino gratuito distribuito all’entrata, a chi suona al semaforo a chi gli sta davanti, colpevole di non essere partito dopo i primi due millisecondi dallo scattare del verde.
Guardiamo ai nostri comportamenti, a come ci vestiamo, a come siamo uguali nell’ansia di accendere il cellulare, all’infilarci nelle orecchie le cuffie per sentire la nostra musica preferita.
Quanti dei nostri comportamenti sono nostri, quanti il risultato di ciò che mangiamo, leggiamo, vediamo, sentiamo, ascoltiamo ogni giorno?
Penso a quelle religioni che, in alcuni momenti dell’anno, chiedono al fedele una sorta di digiuno: chi ha inserito questo forma rituale di temporaneo distacco, aveva presente questi rischi per la nostra povera, fragile, manipolabile identità?

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