Inciampi quotidiani

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Il cittadino si alza al mattino, di buon’ora se ha un lavoro, e comincia ad inciampare.
Inciampa nei mezzi pubblici, ad esempio il treno, poco puntuali, molto affollati.
Inciampa in una scuola pubblica fatta da molti edifici privi di requisiti di agibilità, per i quali bisogna sperare che i soffitti non facciano brutti scherzi. Inciampa in un lavoro, se ha la fortuna di averlo, nel quale il collega giovane ha più di 40 anni, è precario da sedici, con poche speranze di avere qualche certezza in più per il suo futuro.
Il cittadino ha uno stipendio medio intorno ai 1.200 euro, fermo da anni, e, se è stato fortunato o bravo nell’acquistare una casa con un mutuo (un mito!) dopo aver fatto per bene i suoi calcoli, scopre un mattino che per non fargli pagare l’IMU, gli taglieranno la possibilità di dedurre dal suo reddito gli interessi del mutuo, ed anche parte delle sue spese sanitarie, che non mancano mai. Se poi è un lungimirante, magari un po’ ansioso, ed ha sottoscritto una polizza vita, scopre che i vantaggi fiscali di questa operazione scompaiono, o si riducono, perchè quei soldi servono a coprire l’ammanco generato dalla cancellazione, vera, presunta, parziale, totale, dica lei, dell’IMU.
Se il cittadino ha un malore e raggiunge un Pronto Soccorso, sperando non debba per questo andare in una città diversa dalla sua, inciampa in file chilometriche, attese che possono durare giorni, medici e personale paramedico che impazziscono (immaginate 40 pazienti in attesa e due medici di turno): i tagli hanno agito anche in questo settore, mancano le risorse.
Se il cittadino ritiene, a torto forse, che l’istruzione abbia ancora un peso nel favorire un futuro migliore alla sua prole, scopre, nel terzo, quarto, quinto, ma chi li conta più?, discorso ufficiale del “premier”, che presto i giovani si diplomeranno prima.
Così dalle lauree in tre anni (a quando una laurea in due? Un piccolo sforzo, dai), si passa ai licei di quattro anni, con buona pace della cultura, alla quale tutti tengono, e dei posti di lavoro che intorno alla scuola ruotano (costi da tagliare, il vero amore). La demolizione sistematica della scuola pubblica italiana, iniziata da Luigi Berlinguer, prosegue inarrestabilmente.
Il cittadino, se è un dipendente pubblico, o un pensionato, paga regolarmente le tasse (è obbligato, direte voi: ottimo, dico io), ed insieme a quelli come lui sostiene quasi interamente l’introito fiscale dello Stato. Il mondo privato, tanto osannato, tanto capace, tanto richiesto, in questo, ahimè, non ce la fa: si sa, la crisi, se pago le tasse che mi resta?
Il cittadino inciampa così nell’evasione fiscale che porta via un pezzo di scuola, un pezzo di trasporti pubblici, un pezzo del Pronto Soccorso, un pezzo di giovani neoassunti, con idee fresche e capacità nuove nei luoghi di lavoro: un pezzo della vita di ogni giorno, un pezzo dell’intero Paese, e del suo futuro.
Ma il cittadino, se guarda un poco più in là, non ci riesce, perchè inciampa in un’opera pubblica mai terminata, che imbruttisce il paesaggio, o vede un pezzo (un altro?) dell’antica Pompei crollato: non ci sono risorse, la pioggia, il freddo.
Giunto alla sera, nonostante tutto, trova l’ultimo inciampo, prima di andare a dormire: lo schermo televisivo.
Volti curati, senza età, senza stanchezza, senza pudore, gli spiegano che tutto sta andando per il meglio, proprio a partire da ora, gli ripetono che sono in procinto di eliminare alcune palesi ingiustizie, di rilanciare l’azione di questo o quel governo, di essere di meno, ma più coesi, di battersi come leoni, o tigri, o vedete voi.
Volti che ripetono le stesse parole da anni, che non vale la pena di elencare, in trasmissioni televisive sempre uguali.
Chi non ricorda la cerimonia del tè in Alice nel paese delle meraviglie? Erano sempre le 5 del pomeriggio, e le persone sedute introno al tavolo erano costrette a bere sempre tè, proprio perchè erano sempre le 5.
L’unico cambiamento, in questo straniante contesto atemporale, era cambiar posto di tanto in tanto.
Scena che ci ricorda la paralisi ripetitiva nella quale viviamo oggi, e, marginalmente, il ruotare delle poltrone dei nostri interlocutori (interlocutori? Ma chi ci ascolta?) televisivi, esseri di un mondo lontano, così diverso dal nostro, che non sanno capire.
Buona crescita a tutti, o, se preferite, felice spread, o buon PIL, vedete un po’ voi.

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