Referendum costituzionale: se vince il Sì, il risultato come verrà interpretato da Renzi, dal Governo, dal PD, dai suoi militanti ed elettori?

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Osservando in questi mesi, quando ne ho avuto l’occasione, le modalità ed i contenuti comunicativi di coloro che fanno propaganda per il Sì al referendum costituzionale, o comunque hanno deciso di votare Sì, mi sono convinto che uno degli effetti di una possibile vittoria di questo orientamento non sarà positivo.

Ovviamente se i Sì saranno in maggioranza, la riforma costituzionale Renzi-Boschi diverrà realtà, e questo è il primo, naturale effetto del referendum.

Il secondo si materializzerà, e spero di sbagliarmi, all’interno del Partito Democratico, partendo dal vertice del Consiglio dei Ministri, passando al Segretario del Partito (stessa persona), per finire con i parlamentari, gli iscritti e gli elettori.

Il Sì sarà vissuto come sì a Renzi, al suo Governo alle sue politiche, come sì al PD, a tutte le iniziative parlamentari, legislative, governative che queste strutture partoriranno da qui alla fine della legislatura?

In sintesi, il Sì sarà il segnale tanto atteso per dire “I cittadini sono con noi, siamo la maggioranza, e quindi possiamo muoverci con grande libertà, senza dover render conto, senza dover discutere con chi ha una visione diversa”?

Chi non è d’accordo, l’abbiamo visto da tempo, è un rosicone, un vecchio, uno attaccato alla poltrona, uno che vuole il ritorno di non si sa bene quali mostri, un gufo, un professorone, o, nell’ultima becera versione, un essere spregevole (la famosa accozzaglia).

L’ubriacatura potrebbe essere molto forte.

Può darsi che mi sbagli, e che dopo il caos mediatico di questi interminabili mesi (ma non potevamo votare ad Ottobre?), si giunga alla calma, ad un gradito bon ton istituzionale, a ragionare sui nostri problemi, a tentare di trovare delle soluzioni.

Vedremo.

Il 4 Dicembre voterò NO.

Gli aggiornamenti sul tema “Referendum costituzionale” sono su Facebook.

NB Il referendum costituzionale non prevede quorum, essendo un referendum confermativo, e non abrogativo.

L’angoscia della minoranza del Partito Democratico

È ormai evidente che la cosiddetta minoranza dem (ocratica) soffre di una nevrosi che non può essere risolta continuando la vita da parlamentare.

I continui rimandi (la prossima volta voteremo diversamente) che vengono manifestati in occasione di ogni votazione su argomenti sui quali la minoranza crede di essere in disaccordo con Renzi, o le anomale vie di esprimere il dissenso (voto Sì, ma scrivo un documento che giustifica il mio No virtuale, vedi la Buona Scuola), sono tipici di quelle situazioni psicologiche nelle quali tra emozioni, pensiero, progettazione ed azione sono presenti fratture sanabili solo in contesti psicoanalitici.

Comprendo umanamente questi soggetti, e comprendo che l’essere parlamentare è un peso per loro insostenibile. Vanno aiutati a tornare a casa, alle loro occupazioni quotidiane più lievi, agli affetti dei loro cari.

È bene non affidarsi a loro, sarebbe altrettanto nevrotico da parte nostra (nel Vangelo è chiaramente indicato il burrone come destino dei ciechi che camminano tenedosi per mano), non ascoltarli più, e non votare in alcuna circostanza il Partito che li ha generati.

Un saluto al Partito Democratico, che ha fallito miseramente.

Matteo Renzi scrive agli insegnanti

  

Tanto tuonò che piovve.

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi scrive una mail agli insegnanti. 

Il testo potete leggerlo da soli.

Un solo commento: sulla Buona Scuola si confronti con i sindacati. 

Non c’è più tempo di parlare con gli insegnanti.

È inutile rabbonire una classe di lavoratori colta, che si è già espressa con uno sciopero generale colossale.

Non si sta rivolgendo ai membri della Direzione del PD, o ai suoi parlamentari, abituati a premere un pulsante, ma a coloro che formano, con i loro pregi e difetti, i cittadini di domani. E nemmeno alla sua base, che accetta dal suo segretario proprio tutto (caso Campania – De Luca – impresentabili docet).

Buona lettura.


Lettera del Presidente del Consiglio agli insegnanti

Gentilissime e gentilissimi insegnanti,

oggi per la prima volta dopo undici trimestri il PIL italiano torna a crescere. È un risultato di cui dovremmo essere felici, dopo anni di recessione. Ma personalmente credo non basti questo dato: l’unica strada per riportare l’Italia a crescere è investire sulla scuola, sulla cultura, sull’educazione. Non ci basta una percentuale del PIL, ci serve restituire prestigio e rispetto alla scuola.

Stiamo provando a farlo ma purtroppo le polemiche, le tensioni, gli scontri verbali sembrano più forti del merito delle cose che proponiamo di cambiare. Utilizzo questa email allora per arrivare a ciascuno di voi e rendere ragione della nostra speranza: vogliamo restituire centralità all’educazione e prestigio sociale all’educatore. Vogliamo che il posto dove studiano i nostri figli sia quello trattato con più cura da chi governa. Vogliamo smetterla con i tagli per investire più risorse sulla scuola. In una parola, vogliamo cambiare rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi. Dopo anni di tagli si mettono più soldi sulla scuola pubblica italiana.

L’Italia non sarà mai una superpotenza demografica o militare. Ma è già una potenza superculturale. Che può e deve fare sempre meglio. Per questo stiamo lavorando sulla cultura, sulla Rai, sul sistema universitario e della ricerca, sull’innovazione tecnologica. Ma la scuola è il punto di partenza di tutto. Ecco perché crediamo nel disegno di legge che abbiamo presentato e vogliamo discuterne il merito con ognuno di voi.

Intendiamoci. Non pensiamo di avere la verità in tasca e questa proposta non è “prendere o lasciare”. Siamo pronti a confrontarci. La Buona Scuola non la inventa il Governo: la buona scuola c’è già. Siete voi. O meglio: siete molti tra voi, non tutti voi. Il nostro compito non è fare l’ennesima riforma, ma metterci più soldi, spenderli meglio e garantire la qualità educativa.

Per questo con il progetto La Buona Scuola:

I.              Assumiamo oltre centomila precari. Ovviamente chi non rientra nell’elenco si lamenta, quelli del TFA non condividono l’inclusione degli idonei del 2012, quelli della GAE chiedono di capire i tempi, quelli del PAS fanno sentire la propria voce. Tutto legittimo e comprensibile. Ma dopo anni di precariato, questa è la più grande assunzione mai fatta da un Governo della Repubblica. E non è vero che ce l’ha imposta la Corte di Giustizia: basta leggere quella sentenza per capire che la Corte non ci ha certo imposto questo.

II.            Bandiamo un concorso per altri 60 mila posti il prossimo anno. Messa la parola fine alle graduatorie a esaurimento si entra nella scuola per concorso. Ma i concorsi vanno fatti, non solo promessi. Altrimenti si riparte da capo.

III.           Mettiamo circa quattro miliardi sull’edilizia scolastica. Ancora non sono sufficienti a fare tutto, ma sono un bel passo in avanti, grazie anche all’operazione Mutui BEI che vale circa 940 milioni di euro. Costruire una Buona Scuola passa anche dai controsoffitti e dagli infissi, non solo dalle previsioni normative. É il più grande investimento in edilizia scolastica mai fatto da un Governo della Repubblica.

IV.          Diamo più soldi agli insegnanti. Ci sono 40 milioni di euro per la vostra formazione. A questi si devono aggiungere 500 euro netti a testa per la Carta del Professore: musica, libri, teatro, corsi per pagare ciò che ritenete utile per aiutarvi nella vostra crescita culturale. E ci sono 200 milioni di euro per il merito. Possiamo discutere sui criteri con cui applicare il merito, ma questi soldi non possono essere dati in parti uguali a tutti.

V.           Attuiamo l’autonomia. Dopo anni di ritardi completiamo il disegno dell’autonomia attribuendo libertà educativa e progettuale alle singole scuole e impedendo alle circolari ministeriali di governare in modo centralistico gli istituti. Si rafforzano responsabilità (e conseguenti valutazioni) del dirigente scolastico che non è certo uno sceriffo ma un primus inter pares dentro la comunità educativa.

VI.          Realizziamo la vera alternanza scuola-lavoro. Abbiamo il 44% di disoccupazione giovanile e un preoccupante tasso di dispersione scolastica. Segno evidente che le cose non funzionano. Replichiamo le esperienze di quei Paesi come Germania, Austria e Svizzera che già sono presenti sul territorio nazionale in Alto Adige con il sistema duale, puntando a un maggior coinvolgimento dei ragazzi nelle aziende e ad un rafforzamento delle loro competenze.

VII.         Educhiamo cittadini, non solo lavoratori. L’emergenza disoccupazione giovanile va combattuta. Ma compito della Buona Scuola non è solo formare lavoratori: è innanzitutto educare cittadini consapevoli. Per questo reintroduciamo spazio per la musica, la storia, l’arte, lo sport. E valorizziamo la formazione umanista e scientifica.

VIII.       Affidiamo a deleghe legislative settori chiave. Ci sono temi su cui da decenni si aspetta un provvedimento organico e che finalmente stanno nelle deleghe previste dal testo. In particolar modo un maggiore investimento sulla scuola 0-6 e gli asili nido, sulla semplificazione normativa, sul diritto allo studio, sulla formazione iniziale e l’accesso al ruolo degli insegnanti.

Ho letto tante email, appassionate, deluse, propositive, critiche. Mi hanno aiutato a riflettere, vi sono grato. Leggerò le Vostre risposte se avrete tempo e voglia di confrontarvi. Da subito posso fare chiarezza su alcune voci false circolate in queste settimane:

–       Le aziende non hanno alcun ruolo nei consigli di Istituto;

–       I giorni di vacanza non si toccano:

–       Nessuno può essere licenziato dopo tre anni;

–       Il preside non può chiamare la sua amica/amico, ma sceglie tra vincitori di concorso, in un ambito territoriale ristretto.

         

C’è un Paese, l’Italia, che sta ripartendo. Con tutti i nostri limiti abbiamo l’occasione di costruire un futuro di opportunità per i nostri figli. Sciuparla sarebbe un errore. Conosco per esperienza di padre, di marito, di studente l’orgoglio che vi anima, la tenacia che vi sorregge, la professionalità che vi caratterizza. Mentre scrivo sul computer scorrono nella mente i volti e i nomi dei professori che mi hanno accompagnato come credo accada spesso a ciascuno di voi: le storie di chi all’elementare Rodari, alla media Papini, al Liceo Dante si è preso cura della formazione mia e dei miei compagni di classe. Un professore collabora alla creazione della libertà di una persona: è veramente una grande responsabilità. Vi chiedo di fare ancora di più: darci una mano a restituire speranza al nostro Paese, discutendo nel merito del futuro della nostra scuola. Il nostro progetto non è “prendere o lasciare” e siamo pronti a discutere. Ma facciamolo nel merito, senza la paura di cambiare. L’Italia è più forte anche delle nostre paure.

 

Aspetto le Vostre considerazioni.

Intanto, buon lavoro in queste settimane conclusive dell’anno scolastico.

Molto cordialmente,

 

Matteo Renzi

 

 

 

#Bozza su La #BuonaUniversità, la #BuonaRicerca. @matteorenzi #Governo #ricerca #Università

Buona lettura.

HIGHER EDUCATION STUDIES

LA BUONA UNIVERSITA’ E LA BUONA RICERCA

PRINCIPI ISPIRATORI

– Costituzione

– Magna Charta Universitatum

– European Universities declarations

– Conclusioni del semestre italiano di Presidenza dell’UE

DOVE SIAMO

Pochi laureati rispetto agli obiettivi di Europa 2020

Insufficiente collegamento con il mondo del lavoro

Mobilità sociale stagnante

Forte contrazione del personale docente e insufficiente numero di ricercatori pubblici e privati attivi

Mercato del lavoro di docenti e ricercatori rigido e anacronistico

Scarsa professionalizzazione del personale tecnico-amministrativo

Poche risorse, difficili da spendere, attribuite in ritardo rispetto alle esigenze di programmazione triennale degli Atenei.

Scollamento tra scuola e Università e insufficienza di alternative di formazione terziaria non universitaria

VISIONE

1. Alzare il target dei laureati (tra i 25 e i 34 anni dal 26% al 35%)

2. Aumentare il tasso di occupazione dei laureati (del 50%)

3. Aumentare il numero di studenti provenienti da famiglie a basso reddito (del 50%)

4. Riavviare il reclutamento di giovani docenti e ricercatori (tornando ai valori pre-crisi)

5. Allineare il mercato del lavoro di docenti e ricercatori a quello internazionale (selezione, carriera, sistema premiante)

6. Restituire autonomia all’Università (piano straordinario di semplificazione)

7. Collegare le risorse ai risultati

8. Collegare la scuola all’Università

9. Collegare l’Università con il mondo produttivo

10. Aumentare il tasso di internazionalizzazione

Università e ricerca sono politiche fondamentali per l’innovazione e la crescita del Paese. I nostri ricercatori hanno alte performance e oggi Fabiola Gianotti guida il Cern di Ginevra, mentre Samantha Cristoforetti fa trepidare il mondo facendo ricerca nello spazio.

Eppure in questi anni l’università italiana ha vissuto di ristrettezze finanziarie ed incomprensioni con l’opinione pubblica da cui deve essere tratta fuori appena possibile se non vogliamo condannare il Paese ad un’altissima emigrazione intellettuale.

I laureati in Italia, sono il 14%, contro il 39,4% in Inghilterra, il 27,6% in Germania, il 29,8% della Francia e il 31,6% della Spagna. In dieci anni in Italia le tasse studentesche sono aumentate del 63%, mentre tra il 2008 e il 2012 l’entità del finanziamento pubblico è calato del 14%. La politica universitaria non può fondarsi su aggiustamenti progressivi e imitazioni ‘a la carte’ di modelli altrui.

 

L’Italia ha a oggi un numero bassissimo di ricercatori (pubblici e privati), circa 150.000, a fronte dei 510.000 della Germania, 430.000 dell’Inghilterra, 340.000 della Francia e 220.000 della Spagna (dati eurostat). Rispetto a questi paesi i ricercatori italiani hanno mostrato maggiore competitività, ricevendo il più alto finanziamento pro-capite nei bandi europei dell’ultimo programma quadro.

I dati mostrano chiaramente che la ricerca italiana soffre dell’assenza di politiche strategiche. Formiamo un capitale umano di ricercatori di livello, che però il sistema della ricerca sottodimensionato non può assorbire, dati i vincoli di bilancio. L’evoluzione socio-economica è talmente rapida da far prevedere già nei prossimi 15 anni un enorme cambiamento del mondo del lavoro, dominato da figure professionali altamente qualificate che devono essere formate. E’ questa esigenza che rende necessario arrestare immediatamente l’emorragia verso l’estero sia dei giovani ricercatori, sia dei quarantenni di successo che in Italia non hanno né prospettive di carriera né accesso ai fondi e ricevono invece allettanti proposte altrove. Nell’ultimo ventennio è mancato un interlocutore istituzionale efficace che tutelasse le ragioni della ricerca e dell’innovazione, indebolendo di fatto un settore (in maggioranza pubblico) cruciale per il futuro del paese.

Fatto pari a 100 la spesa dello Stato per ogni laureato italiano, la Francia spende 175, la Spagna 180, la Germania 207 (dati Almalaurea). Da questo anno il trasferimento dei fondi alle Università Statali avviene attraverso i costi standard. Poco più di 5 miliardi. Ma lo stesso documento di riparto del Governo ammette che le necessità ammonterebbero a 6 miliardi. UNA NUOVA NEGOZIAZIONE IN EUROPA. Il contributo che l’Italia offre al fondo europeo per la ricerca è molto alto (circa il 14%) perché è calcolato non sul PIL, ma sull’IVA. Negli ultimi 7 anni l’UE ha distribuito ai ricercatori d’Europa attraverso il programma fp7 (2007-2013) 48 miliardi di euro. Di questi, quasi 6 miliardi arrivano dall’Italia. L’analisi ex post sul VII programma fp7 dell’EU e la proiezione dei risultati su Horizon2020 forniscono un quadro chiarissimo della situazione: le performance pro capite molto buone dei ricercatori italiani nel settennio passato si accompagnano alla impossibilità strutturale di recuperare buona parte dei fondi stanziati per il sottodimensionamento del settore. Ovvero abbiamo troppo pochi ricercatori attivi. A causa della mancanza di personale addetto alla ricerca abbiamo perso 2 MLD nel precedente programma quadro, e perderemo oltre 5 dei 10 MLD che lo stato italiano si è impegnato a versare all’UE per Horizon2020. Ci sono i margini per interventi di tipo perequativo, per esempio ottenendo di derogare dal patto di stabilità per un ammontare equivalente a fronte di un piano serio e credibile di assunzioni e di investimenti in ricerca, volto a colmare il gap strutturale in un tempo definito e concordato con Bruxelles; oppure contrattando la possibilità di attingere ai fondi strutturali sempre con intento perequativo. Questa è la posizione che l’Italia durante il semestre di Presidenza ha inserito nel documento finale dei Ministri della Ricerca.

LA MOBILITA’ E’ UN VALORE: DAI CERVELLI IN FUGA, ALLA CIRCOLAZIONE DELLE IDEE

RECLUTAMENTO, MOBILITA’, ATTRAZIONE, INTERNAZIONALIZZAZIONE

Partiamo da un principio: la mobilità e le esperienze di studio e di ricerca maturate all’estero, sono un valore che i nostri atenei dovrebbero saper capitalizzare. Come è un valore l’internazionalizzazione e la capacità di fare rete con le principali agenzie formative e di ricerca.

Ci strappiamo i capelli per i cosiddetti “cervelli in fuga” che non sappiamo trattenere, ma non siamo capaci poi di aprire le autostrade che potrebbero far rientrare quei ragazzi e quelle ragazze, arricchiti dall’esperienza maturata all’estero. E non riusciamo ad attrarre qui competenze ed eccellenze.

I dati appena usciti sui grant europei di eccellenza per giovani (ERC starting grant) mostrano che gli italiani si piazzano bene (al terzo posto in Europa), tuttavia i 2/3 (!!!) stanno all’estero.

 

I nostri Atenei possono già riservare ai ricercatori in possesso dell’abilitazione il 50% dei posti, il 20% deve essere riservato ad esterni, nel restante 30% possono competere tutti. E’ qui che talvolta i rettori cedono alle istanze interne.

Ma il Professore di Yale, potrebbe mai concorrere ad una cattedra in un Ateneo Italiano? Solo in caso di chiamata diretta e forse nemmeno così, visto che non basta la decisione dell’Ateneo ma ci deve essere un’approvazione lunga dal Ministero che coinvolge troppi soggetti.

Abbiamo costruito negli anni un sistema gerontocratico e ingessato, che difficilmente dà libertà di movimento e di circolazione delle idee. E’ come se sull’Agorà della conoscenza avessimo costruito un tetto di cemento armato in un meccanismo perverso di blocco del turn over e punti organico. Potremmo pensare di liberare gli Atenei da questi vincoli consentendo il reclutamento con la sola diretta responsabilità del pareggio di bilancio.

E’ altrettanto vero che oggi gli Atenei italiani ottengono i fondi da un riparto calcolato su costi standard e su una quota premiale che è già del 18%. I 150 milioni di euro messi a disposizione dal Governo Renzi, andranno proprio ad implementare la quota premiale. Ovvero, chi non è virtuoso, pagherà comunque un prezzo.

Come porre termine al blocco del turnover che sta soffocando gli atenei per emorragia di forze docenti? Come uscire dalle regole più o meno numerologiche che a loro volta soffocano l’autonomia e le scelte strategiche delle università sotto una grandinata di prescrizioni sempre più intricate e indipendenti dai differenti contesti? Dottorandi, assegnisti, ricercatori A e B, professori associati e ordinari…..possiamo dare razionalità alle regole di reclutamento e carriera per chi e vuole dedicare la propria vita alla didattica e alla ricerca?

Azioni: quasi tutte a costo zero

1. Restituire autonomia agli Atenei con l’uscita dell’università dal campo di applicazione del diritto amministrativo (cioè dalla pubblica amministrazione).

2. Oggi nelle Università ci sono troppe regole e tanta precarietà. Dobbiamo rivedere lo Status Giuridico di chi insegna e fa ricerca nelle Università, semplificando il percorso dal primo accesso alla carriera. Come abbiamo fatto nel Jobs Act -togliendo la selva di figure contrattuali con il contratto unico a tutele crescenti- anche nell’Università serve un contratto Unico a tutele crescenti, con step di carriera che si fanno semplicemente attraverso una rigorosa valutazione di merito.

3. Forte collegamento tra le risorse assegnate tramite FFO e le politiche di reclutamento;

4. Lasciare alla decisione degli Atenei la differenziazione tra tempo pieno e tempo definito, obbligando tutti i docenti ad almeno 120 ore di didattica;

5. Superare la distribuzione ministeriale dei punti organico, consentendo libertà di reclutamento nel rispetto dei vincoli di bilancio e nel rispetto della normativa;

6. Ammettere l’integrazione stipendiale di ricercatori e docenti con fondi fuori FFO derivanti da progetti di ricerca o fund raising dedicato da parte degli Atenei;

7. Superare i limiti della Bassanini sugli incarichi esterni, salvaguardando il principio del conflitto di interesse, inserendo una royalty definita dal singolo Ateneo su tutte le attività esterne a favore del dipartimento di appartenenza;

8. Incrementare la mobilità di docenti e ricercatori, promuovendo periodi all’estero del personale dipendente e le chiamate dirette (anche temporanee) di docenti e ricercatori internazionali (anche joint chair)

9. Attivare un grande progetto di Erasmus extra europeo per consentire a migliaia di studenti di svolgere tesi, stage e tirocini in America, Australia, Asia e Africa presso imprese, studi professionali, enti e università.

10. Obbligare tutti gli atenei ad avere (entro 3 anni) almeno il 30% dei corsi in inglese e un minimo del 30% di corsi in italiano

11. Accrescere le azioni Marie Curie a favore della mobilità europea dei ricercatori.

12. Semplificare e consolidare il programma Montalcini per il rientro di giovani ricercatori dall’estero

13. Incentivare la partecipazione al programma Erasmus, con l’obiettivo di arrivare in 5 anni al 30% di studenti Erasmus all’anno, attraverso sgravi fiscali alle famiglie, riconoscimento dei crediti, scambi di ospitalità. Utilizzo dei Fondi strutturali UE per il sostegno di percorsi Erasmus e Master and back

COORDINAMENTO DELLE POLITICHE PER INNOVAZIONE E RICERCA PRESSO LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO

E’ necessario un organismo snello incardinato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (sul modello del Chief Scientific Advisers Committee inglese) che coordini il mondo dell’innovazione e della ricerca, in particolare ottimizzando l’utilizzo dei fondi per la ricerca distribuiti tra tutti i diversi ministeri; che si occupi in modo coerente del Piano Nazionale della ricerca e delle linee di finanziamento, riportando le Regioni al loro ruolo di programmazione; che sappia pianificare gli obiettivi e le linee strategiche di sviluppo del Paese; che coordini le molte risorse in arrivo attraverso i fondi strutturali europei destinati a ricerca e innovazione; che collabori con ANVUR nella valutazione ex-post dei finanziamenti assegnati (con conseguenze sostanziali); stimoli la ricerca strategica, innescando sviluppo. C’è assoluta necessità di programmi nazionali strategici per tutta la ricerca italiana, non solo la frazione di pertinenza MIUR.

E’ possibile eliminare/accorpare alcuni piccoli enti, ma NON dobbiamo fondere insieme grandi enti totalmente diversi tra loro, generando un carrozzone non governabile.

AUTONOMIA E RESPONSABILITA’ IN UN SISTEMA PLURALE

Le Università nella loro autonomia devono essere libere di decidere cosa fare e come farlo, ma debbono rendere conto alla società e alle istituzioni pubbliche, dalle quali ricevono gran parte dei finanziamenti, rispetto a ciò che stanno facendo e ai risultati che riescono a raggiungere.

Prevedere livelli differenti di autonomia per gli atenei. Per valorizzare le caratteristiche distintive degli atenei, favorendo lo sviluppo di un sistema di higher education plurale come avviene nelle principali nazioni avanzate, è necessario provvedere a fissare una pluralità di indicatori di qualità in modo che gli atenei possano differenziarsi tra loro, scegliendo autonomamente diversi aspetti su cui puntare e non inseguendo inutilmente tutti gli altri nel tentativo di risalire i posti di una discutibile graduatoria fondata su un solo indicatore che pondera e media tutti gli altri.

Si dovrebbe quindi configurare un meccanismo che permetta di individuare gli atenei più capaci nel raggiungere i risultati prefissati (fitness to purpose), riconoscendo loro una maggiore autonomia rispetto ai vincoli amministrativi centrali e altre forme di premialità. Questo meccanismo, sottoposto a rigoroso monitoraggio, dovrebbe essere in grado di:

– innescare un processo di emulazione tra gli atenei per diffondere pratiche virtuose;

– di favorire l’orientamento autonomo degli atenei verso obiettivi strategici di sviluppo (per la ricerca, per gli studenti e per i territori);

– di salvaguardare la diversità multidisciplinare e le articolazioni disciplinari;

– di assicurare l’equilibrio, fino ad ora fallito, tra le diverse aree geografiche, sociali ed economiche del Paese.

VALUTAZIONE

Ridefinizione dei compiti dell’ANVUR, limitando la sua funzione a quella di realtà simili nelle esperienze internazionali. L’Agenzia deve esercitare solo i compiti connessi alla valutazione della ricerca e della didattica e la gestione dell’accreditamento, senza generare inutili appesantimenti burocratici in una miriade di microcompetenze e senza sostituire Governo e Parlamento.

Un limitato numero di indicatori sentinella per ogni corso di studio consentirà di concentrare l’attenzione del sistema esterno di assicurazione delle qualità dove emergono le maggiori criticità potenziali (logica risk assessment).

Più valutazione ex-post, meno adempimenti burocratici ex-ante L’accountability delle istituzioni come

metodo di lavoro che riduca al minimo la burocrazia legata all’attività delle università. L’ANVUR, migliorando la prima esperienza della VQR, è in grado di svolgere il compito con efficacia e rapidità. Contestualmente è possibile valutare l’efficacia degli interventi governativi, con i numeri indipendenti provenienti dalla competizione europea.

SBLOCCA UNIVERSITA’ (Zero risorse altissimo impatto, se siamo capaci di superare vincoli culturali obsoleti)

Serve un decreto semplificazioni che vada ad eliminare le 100 norme burocratiche inutili e dannose.

Liberare la ricerca dai carichi burocratici. Il sistema dell’università e della ricerca deve godere di reale autonomia, così da eliminare vincoli amministrativi sostanzialmente inutili sul piano del bilancio, ma fortemente dannosi (come il blocco del turn-over). Inoltre le assunzioni negli enti di ricerca non possono essere fatte utilizzando graduatorie vecchie di svariati anni o privilegiando persone che hanno avuto contratti dentro l’Ente rispetto a coloro che hanno svolto attività di ricerca altrove. Sono norme che uccidono la ricerca italiana.

Ecco alcuni esempi eclatanti, ma la lista è lunga e potrebbe continuare per molte pagine:

-limite delle spese per la formazione previsto dall’art.6 comma 13 del D.L. n.78 del 2010 (50% dell’impegnato 2009). Come si fa a restare al passo con il mondo senza investire nelle proprie persone?

-limite delle spese per missioni, previsto dall’art.6 comma 12 del D.L. n.78 del 2010 (50% dell’impegnato 2009). Come si fa ad interzionalizzarsi stando a casa?

-limite delle spese per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e di rappresentanza, previsto dall’art.6 comma 8 del D.L. n.78 del 2010 (20% dell’impegnato 2009). Come si fanno conoscere al mondo esterno le ricerche senza comunicarle?

-limite per le spese di personale a tempo determinato o con contratto di collaborazioni, previsto dall’art.9 comma 28 del D.L. n.78 del 2010 (il 50% dell’impegnato 2009). Come si possono gestire progetti a termine senza poter contare su nuove risorse ad hoc?

-limite del contenimento delle spese di manutenzione ordinaria e straordinaria degli immobili, previsto dall’art.8 comma 1 del D.L. n.78 del 2010.

-limite dei fondi destinati alla contrattazione integrativa, previsto dall’art. 67 della Legge n.133 del 2008. Perché se si è capaci di trovare risorse a questo scopo non si possono usare?

-quota di retribuzione relativamente alla progettazione di opere pubbliche: (art. 61, comma 7-bis, del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112, convertito dalla Legge 6 agosto 2008 n. 133).

-Contenimento delle spese per sponsorizzazioni (art.61 comma 6 della Legge n. 133 del 2008 e art. 6 comma 9 del D.L. n.78 del 2010). Perché patrocinare convegni o iniziative se ci sono i fondi e sono collegate alla natura delle attività svolte è uno spreco?

-Legge n. 228 del 24/12/2012, le amministrazioni pubbliche non possono effettuare spese per l’acquisto di mobili e arredi per un ammontare superiore al 20% della spesa sostenuta in media negli 2010 e 2011. Le somme derivanti dalle riduzioni di spesa devono essere versate annualmente, entro il 30 giugno in apposito capitolo di entrata del bilancio dello stato. Come faccio a pensare di attrezzare nuovi laboratori e nuove aule riducendo il budget e subendo un prelievo forzoso?

-L’obbligo ad usare Consip o strumenti di acquisto analogo, quando posso trovare le stesse forniture a meno. Esempio, perché se devo andare in missione devo spendere di più di quando mi compro da solo i biglietti on-line? Perché se vado in un centro commerciale per comprare il computer a mio figlio spendo meno che se lo devo comprare con i miei fondi? Perché se compro i mobili all’Ikea tengo sotto controllo il budget familiare ma per farlo nel mio laboratorio devo dimostrare che non sono un ladro?

-Controllo preventivo della Corte dei Conti per l’autorizzazione di qualsiasi incarico esterno, indipendentemente dalla natura del finanziamento. Come faccio a rispondere rapidamente alle esigenze delle imprese o mantenere i tempi dei progetti europei se mediamente mi servono 6 mesi per attivare un contratto anche se ho già i soldi in cassa?

-Le complicazioni inutili dell’art.65 del Codice di Proprietà Industriale che ammette sia la titolarità dei brevetti in capo al singolo docente/ricercatore (chiamato non a caso “privilegio dei professori”), sia la titolarità a nome dell’Ateneo. Perché non fare come tutti fanno nel mondo e lasciare la titolarità al datore di lavoro?

Entro l’estate con un gruppo di lavoro snello e focalizzato è possibile definire un intervento di riordino significativo, simbolico e capace di liberare risorse ed energie.

COLLEGARE L’UNIVERSITÀ CON IL MONDO PRODUTTIVO (necessarie non troppe risorse coerenti con azioni visibili e mediaticamente efficaci)

1. Defiscalizzare le spese di ricerca per imprese e PA

2. H2020 e progetti con le imprese

3. Finanziare una rete di business school (formazione post-laurea e master) con il coefficiente del 30% delle risorse che attraggono sul mercato

4. Lanciare un piano straordinario di laboratori misti (università e imprese)

5. Sostenere le scuole di specializzazione post-laurea professionalizzanti

COLLEGARE LE SCUOLE SECONDARIE CON L’UNIVERSITÀ (Poche risorse necessarie per attivare contributi locali e dal privato)

1. Rendere obbligatorio un contatto con l’Università per tutti gli studenti degli ultimi 2 anni di scuola superiore, per rendere nota l’offerta formativa universitaria e tutte le opportunità del diritto allo studio. L’orientamento a scuola deve avere come suo nucleo essenziale la didattica orientativa, per il conseguimento delle life skills e delle cosiddette competenze di cittadinanza; sostenendo gli studenti in una progettualità individuale per potenziare l’acquisizione di competenze anche in esperienze non curricolari.

2. .Programmi di condivisione di spazi e risorse tra Università e scuole nei mesi estivi

L’UNIVERSITA’ E’ L’UNICA FORMAZIONE TERZIARIA POSSIBILE?

1. Il nostro Paese non ha un sistema per una formazione terziaria che offra davvero alternative professionalizzanti all’Università. Ci sono gli ITS, che sono però pochi e pieni di vincoli normativi inutili. Occorre programmare l’attivazione di nuovi ITS, sviluppando e potenziando questa positiva esperienza con le Regioni e gli altri partner coinvolti (Confindustria, Fondazioni Bancarie, Camere di Commercio, etc). Sostegno alle scuole di specializzazione post laurea professionalizzanti.

2. Sostenere l’alto apprendistato e gli exectuive PhD. Abbiamo la legge (decreto 104 Carrozza) ma l’alto apprendistato non è ancora diffuso se non in Alto Adige

3. Forte incentivazione per attività di aggiornamento professionale offerte a catalogo dalle Università attraverso incentivi fiscali per i beneficiari, semplificazione delle norme di fatturazione dei servizi relativi, ampliamento nella flessibilità d’uso di contratti ad hoc per lo sviluppo di tali iniziative.

DIRITTO ALLO STUDIO: UN’UNIVERSITÀ INCLUSIVA

Aumentare il sostegno al diritto alla studio oggi tra i più carenti di Europa. Incentivare gli Atenei che immatricolano studenti capaci e meritevoli, privi di mezzi e che dunque sono esentati dalla contribuzione studentesca. Oggi per gli Atenei immatricolare questi studenti significa accollarsi costi sorgenti anziché essere premiati. Adottare a livello nazionale, nuovo sistema Ateneo di Firenze. Tracciare i livelli essenziali delle prestazioni.

UN’AMMINISTRAZIONE UNIVERSITARIA ALL’AVANGUARDIA.

Per il funzionamento della didattica e della ricerca è importante poter contare su personale tecnico e amministrativo formato, aggiornato e motivato. Occorre incentivare la mobilità del personale tecnico amministrativo, promuovere ampi programmi di formazione per rafforzare la conoscenza delle lingue e dell’ICT e promuovere pratiche di benchmark per la condivisione di best practice nella gestione dei servizi amministrativi (segreterie studenti, servizi bibliotecari, supporto alla ricerca, …). Le nuove assunzioni dovranno assicurare oltre alla presenza di competenze professionali elevate un orientamento all’istruzione terziaria e alla ricerca (ad esempio con la richiesta del dottorato di ricerca per accedere ad alcuni ruoli amministrativi e tecnici).

Più donne nell’Università e nella ricerca.

Dare seguito alle indicazioni contenute nel documento di prodotto durante il semestre a Presidenza italiana della UE per parlare di “gender mainstreaming” non accontentandosi più di parlare di gender gap. Dalle quote alle opportunità uguali per tutti: identificare e rimuovere qualsiasi potenziale bias di genere, dall’attribuzione delle borse di studio, ai processi di selezione nei corsi a numero chiuso, alla valutazione dei ricercatori e relative progressioni di carriera. Per esempio, verificando i criteri introdotti nelle passate VQR e ASN, ed intervenendo per recuperare eventuale situazioni di discriminazione.

INFRASTRUTTURE (COSTOSO, MA COERENTE CON L’USO DI POSSIBILI DEROGHE AL PATTO DI STABILITA’ ANCHE SFRUTTANDO IN MANIERA COORDINATA I FONDI STRUTTURALI EUROPEI)

Piano straordinario di investimenti in edilizia universitaria

Finanziamento di campus universitari di qualità, per consentire di collocarsi ai primi posti nelle classifiche internazionali. Le risorse che si possono ricavare dalla spending review e da un piano efficace di dismissioni patrimoniali. Per accedere al finanziamento i progetti da presentare devono riguardare: lo sviluppo dell’edilizia destinata alla didattica; l’adeguamento delle strutture per la ricerca; il trasferimento tecnologico verso le imprese; l’incremento della dotazione di alloggi per studenti, docenti e ricercatori; la realizzazione di strutture destinate alle attività culturali, ricreative e sportive

Piena occupazione degli spazi universitari

1. Puntare all’apertura h24 di laboratori, aule e spazi studio per favorirne l’accessibilità alla comunità universitaria e al territorio

2. Facilitare la gestione degli spazi universitari secondo principi di facility management;

3. Programmi stabili di condivisione di spazi e risorse tra Università e sistema scolastico, in modo particolare durante i mesi estivi

4. Favorire spin off e start up anche tramite l’attivazione di incubatori di primo miglio dentro le strutture universitarie.

Valorizzazione delle infrastrutture di ricerca

1. Puntare su modelli a rete per concentrare le risorse, evitare le duplicazioni e favorire lo scambio tra ricercatori

2. Ripristinare e migliorare l’osmosi tra sistema universitario e sistema della ricerca nelle attività di didattica, ricerca e trasferimento della conoscenza.

3. Rifinanziare i programmi di ricerca PRIN e FIRB per favorire la creazione e lo sviluppo di reti di ricerca interateneo basate sul merito.

4. Programmi speciali di laboratori misti Università-impresa

 

Fonte: USI Ricerca

@matteorenzi vuole rispettare le #regole? #Italicum #sostituzione #membri #Commissione #AffariCostituzionali

Colpirne dieci per educarli tutti (M. Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 21 Aprile 2015)

Era già accaduto al Senato nel giugno 2014, con la sostituzione- destituzione dalla commissione Affari costituzionali di tre senatori del Pd (Mineo e Chiti) e di Scelta civica (Mauro), rei di dissentire sulla controriforma costituzionale di Renzi. E siccome nessun’autorità, tantomeno Napolitano, fece una piega per difendere la Costituzione contro quella scandalosa purga ordinata dal capo del governo, ora la scena si ripete pari pari alla Camera, con la cacciata dalla commissione gemella di 10 deputati Pd colpevoli di dissenso sull’Italicum: Bersani, Cuperlo, Bindi, D’Attorre eccetera. Ma solo per 10 giorni: giusto il tempo di far votare i 10 sostituti come soldatini obbedienti sull’Italicum, poi, a missione compiuta, torneranno i titolari.

E naturalmente anche stavolta nessuno fa un plissè, nemmeno gli epurati. Eppure l’articolo 67 della Costituzione afferma: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si può contestarlo (Grillo vorrebbe abolirlo, e secondo noi sbaglia), ma intanto la regola è quella. Poi ci sono i regolamenti parlamentari: i membri delle commissioni sono nominati dai presidenti delle due Camere su indicazione dei gruppi e possano essere sostituiti se si dimettono o assumono altre cariche elettive o di governo. Non certo perché non s’inchinano agli ordini di scuderia, per giunta del governo. E poi qui non si tratta di un singolo deputato, ma di 10: tutti quelli che dissentono dal governo che – altro fatto inaudito – pretende di cambiare la legge elettorale a colpi di maggioranza (che poi -ennesima anomalia- è minoranza, senza il premio del Porcellum cancellato dalla Consulta). Inoltre – paradosso dei paradossi – Renzi invoca il vincolo di mandato dimenticando che il mandato elettorale del Pd è esattamente l’opposto dell’Italicum: i suoi parlamentari sono stati eletti nel 2013 promettendo agli elettori di cancellare il Porcellum per restituire ai cittadini il diritto di scegliersi i propri rappresentanti, non per perpetuare il potere dei capi di nominarseli col trucco delle liste o dei capilista bloccati. Quindi a tradire il mandato (peraltro mai ricevuto, essendo stato eletto per fare il sindaco di Firenze) è Renzi, non i “dissenzienti”. E, come ricorda Pippo Civati, il programma elettorale Pd diceva: “Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando. È una strada che l’Italia ha già percorso, e sempre con esiti disastrosi”. Poi ci sarebbe lo Statuto del gruppo Pd alla Camera, che recita: “Il pluralismo è elemento fondante del Gruppo e suo principio costitutivo. Esso si basa sul rispetto e la valorizzazione del contributo personale di ogni parlamentare alla vita del Gruppo, nel quadro di una leale collaborazione e nel rispetto delle norme del presente Statuto”. Quello del gruppo al Senato addirittura “riconosce e valorizza il pluralismo interno nella convinzione che il continuo confronto tra ispirazioni diverse sia fattore di arricchimento del comune progetto politico… Il Gruppo riconosce e garantisce la libertà di coscienza dei senatori… Su questioni che riguardano i principi fondamentali della Costituzione e le condizioni etiche di ciascuno, i singoli senatori possono votare in modo difforme dalle deliberazioni dell’Assemblea del Gruppo…”. Ma che pluralismo è quello che rimuove i deputati che non s’inchinano supinamente agli ordini di scuderia, per giunta del governo, per giunta sulla riforma costituzionale ed elettorale, cioè sulle regole fondamentali del gioco democratico? Sentite queste parole: “La sostituzione in commissione di Vigilanza del senatore Paolo Amato è del tutto illegittima. Il Regolamento prevede la sostituzione di un commissario solo in caso di sue dimissioni, incarico di governo o cessazione per mandato elettorale. Checché ne dica il presidente Schifani, che sta esercitando le funzioni di presidente del Senato con modalità che vanno totalmente censurate sotto ogni profilo, istituzionale e regolamentare. Modalità più da giocoliere che da interprete del diritto”. Così parlò il 4 luglio 2012 Luigi Zanda, allora vice e ora capogruppo del Pd al Senato, sdegnato perché Schifani aveva epurato l’azzurro dissidente Amato. E invocava l’art.67, che ai vertici del Pd piace molto quando c’è da sbatterlo in faccia a Grillo (che non lo vuole) e molto meno quando c’è da rispettarlo in casa propria. Cos’è cambiato da allora a oggi, a parte il colore degli epuratori e degli epurati? La Costituzione e il Regolamento per i nemici si applicano e per gli amici si interpretano, anzi si calpestano. Il refrain del Politburo Renziano, graziosamente detto Giglio Magico, è che l’assemblea del gruppo ha votato a maggioranza pro Italicum, quindi ora tutti devono adeguarsi per disciplina di partito. Ma questo può valere per le leggi di ordinaria amministrazione, non certo per le regole e i passaggi fondamentali della vita democratica. Altrimenti, di grazia, perché il 18 aprile 2013, quando l’assemblea dei grandi elettori Pd scelse Franco Marini per il Quirinale, Renzi e la sua minoranza si ribellarono alla maggioranza votando Chiamparino? Con che faccia, oggi che sono maggioranza, vogliono negare alla minoranza il diritto al dissenso?
Ps. Siccome è già partita la black propaganda per squalificare i dissenzienti come conservatori del Partito No Tutto, perfetto corollario del refrain “meglio l’Italicum che nessuna legge elettorale”, sarebbe cosa buona e giusta se la minoranza Pd, M5S, Sel e chi ci sta presentassero subito in Parlamento un ddl di una riga: “È ripristinato il Mattarellum”. Chissà che ne pensa il capo dello Stato.

Fonte: Triskel182

#Intervista di @pbersani a @repubblicait. #Italicum #presidenzialismo #fiducia #leggetruffa #Governo @matteorenzi

Riporto integralmente un’intervista rilasciata da Bersani a La Repubblica.
Direi che c’è poco da stare allegri, ma questo lo sapevo già.

ROMA – La risposta di Bersani a Renzi è una sfida. “Non sono così convinto che abbia i numeri per approvare l’Italicum. A partire dalla commissione Affari costituzionali. Ne dovrà sostituire tanti di noi per arrivare al traguardo. E se continuerà a fare delle forzature, io stesso chiederò di essere sostituito “. Sarebbe il primo vero strappo dell’ex segretario nella storia del conflitto con Matteo Renzi. La prima plastica trasgressione alla filosofia della Ditta, che va difesa a prescindere. Dopo la direzione di lunedì, Pier Luigi Bersani non ha cambiato idea: se la legge rimane così com’è, non la vota. Lo ripete a un gruppo di deputati che lo accompagna verso il suo ufficio al quinto piano di Montecitorio. Due stanzette prese in prestito dal gruppo di Sinistra e libertà, in un labirinto di scale e ascensori, strategicamente piazzate molto lontano dal Pd e questo è un altro brutto segno.

Bersani non parla di scissione. Quando il fantasma si affaccia, nel corso della conversazione, divaga, non risponde, guarda da un’altra parte. “Vediamo se si fa carico del problema – spiega riferendosi al segretario – Noi abbiamo detto: concordiamo alcune modifiche e poi votiamo l’Italicum tutti insieme sia alla Camera sia al Senato. E lui che dice? Non mi fido. Ho trovato questa risposta offensiva, molto più di tante battutine personali che riserva a chi dissente. Non mi fido di Berlusconi, lo puoi dire. Ma se non ti fidi del tuo partito, è la fine”.

Nell’appassionato ragionamento di Bersani, la battaglia è molto più profonda di un bilanciamento tra preferenze e nominati. “Le preferenze sono un falso problema. Fanno schifo anche a me, io sono per i collegi. Ma tra nominati e preferenze, scelgo le seconde. Se non piacciono a Renzi mi chiedo perché non aboliscono le primarie dove le preferenze raggiungono l’apice. Dicono: ma diventano uno strumento del malaffare. Allora io dovrei pensare che tanti parlamentari del Pd li ha portati qui la mafia?”. Non sta in piedi neanche la ricostruzione di Roberto Giachetti. Bersani sorride: “Il Mattarellum è un sistema imperfetto, ma se me lo danno lo firmo subito. Giachetti purtroppo ha la memoria corta. Non avevamo i numeri per far passare la sua mozione, forse non si ricorda com’era diviso il Parlamento in quella fase. Io comunque andai dai grillini e chiesi: voi lo votate il Mattarellum? Mi risposero: sosteniamo la mozione Giachetti. Insistetti: ma la votate sì o no? Facevano i vaghi, dovevano sentire Grillo e Casaleggio. Ci avrebbero mandato sotto, ecco cosa sarebbe successo”.

Il punto però non sono le polemiche interne. “I giornali  –  dice Bersani  –  sono pieni di veline. Le facevo anch’io quando ero segretario, ma un po’ mi vergognavo e dicevo ai miei: andiamoci piano. L’Italia adesso si prende questa legge elettorale e nessun commentatore sottolinea il pericolo cui andiamo incontro. Vedo un’ignavia diffusa. L’establishment italiano è una vergogna. Sono 4-5 poteri che dicono: andiamo avanti, corriamo. E non si chiedono se andiamo avanti per la strada giusta o verso il precipizio. Potrei fare nomi e cognomi di questi poteri e scrivere accanto le rispettive convenienze che hanno nel tacere, nel sostenere questa deriva”.

Ecco il cuore del ragionamento bersaniano: la descrizione di questa deriva. “Renzi vuole l’abolizione della rappresentanza. Punta a una sistema che non esiste da nessun’altra parte al mondo e che non ci copierà proprio nessuno perché l’Europa ma anche gli Stati uniti non sono governati da baluba. Lì si rispetta il voto popolare e si cerca di comporre le forze e i programmi per rappresentare società complesse in un momento molto difficile. Qui da noi no”. Il ballottaggio, che nella narrazione di Renzi è una grande vittoria della sinistra, per Bersani è “un vero pericolo. Non ha niente a che vedere con il doppio turno francese dove ci sono i collegi. Qui lo facciamo su base nazionale e serve solo a incoronare un leader, a creare un presidenzialismo di fatto, una democrazia plebiscitaria. Può capitare che un partito del 27 per cento prenda tutto il potere in un Parlamento di nominati al servizio del capo. E l’altra metà del Paese la consegniamo ai populisti con un esito simile a quello francese. In quel sistema presidenziale, che pure è molto bilanciato, non dai sfogo alla rappresentanza e carichi una molla che alla fine scatta, esplode. Così ti ritrovi Marine Le Pen. In Italia può succedere la stessa cosa. Si ammucchiano i populisti, Grillo e Salvini, e non sai come finisce”. La risposta a questa obiezione manda ai matti Bersani. “Dicono: tanto Renzi dura 20 anni. Ne siamo proprio sicuri? Secondo me no. La situazione è ancora fluida, la crisi non è finita. Avete visto i dati sulla disoccupazione? Ci siamo ancora dentro e non è detto che gli elettori vorranno uscirne con Renzi e con il Pd. Non dimentichiamo l’esempio di Parma. Disaffezione per la politica, crisi economica e al ballottaggio vincono i 5 stelle. E’ il modello che vogliamo per l’Italia? Se l’onda è questa, io non la seguirò”.

L’alternativa andrebbe trovata insieme. “Una correzione che permetta l’apparentamento al ballottaggio sarebbe già un passo avanti”. Se Renzi mette la fiducia? “E’ stata messa una sola volta sulla legge elettorale e dopo un ostruzionismo feroce. Era il ’53, la legge truffa. Sono cambiati i regolamenti, non so se Renzi si spingerà fino a quel punto”. Ma se lo fa, che succede alla Ditta? “Stavolta prima viene il Paese, poi la Ditta”.

@matteorenzi insulta #sindacati e #lavoratori. #sciopero #12D @cgilnazionale @UILofficial

E’ molto grave che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi insulti sindacati e lavoratori che, a suo giudizio, “cercano scuse” per scioperare.

Vuol dire che Renzi non accetta critiche, ha una visione politica nettamente di destra, una destra molto deteriore, e che calpesta continuamente la Costituzione sulla quale ha giurato negando, con le sue parole, un diritto dei lavoratori da questa riconosciuto.

Ce n’è per me ormai abbastanza per dire che anche Renzi, come già fu detto a suo tempo per Berlusconi, è completamente “unfit to lead Italy”.

I fan continueranno ad amarlo, ma ciò è nella loro natura, e non li colpevolizzo.