L’angoscia della minoranza del Partito Democratico

È ormai evidente che la cosiddetta minoranza dem (ocratica) soffre di una nevrosi che non può essere risolta continuando la vita da parlamentare.

I continui rimandi (la prossima volta voteremo diversamente) che vengono manifestati in occasione di ogni votazione su argomenti sui quali la minoranza crede di essere in disaccordo con Renzi, o le anomale vie di esprimere il dissenso (voto Sì, ma scrivo un documento che giustifica il mio No virtuale, vedi la Buona Scuola), sono tipici di quelle situazioni psicologiche nelle quali tra emozioni, pensiero, progettazione ed azione sono presenti fratture sanabili solo in contesti psicoanalitici.

Comprendo umanamente questi soggetti, e comprendo che l’essere parlamentare è un peso per loro insostenibile. Vanno aiutati a tornare a casa, alle loro occupazioni quotidiane più lievi, agli affetti dei loro cari.

È bene non affidarsi a loro, sarebbe altrettanto nevrotico da parte nostra (nel Vangelo è chiaramente indicato il burrone come destino dei ciechi che camminano tenedosi per mano), non ascoltarli più, e non votare in alcuna circostanza il Partito che li ha generati.

Un saluto al Partito Democratico, che ha fallito miseramente.

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Con La Buona Scuola i docenti verranno scelti attraverso le primarie

Scelta_docenti

A me sembra che il sistema migliore per attribuire una cattedra sia quello di far partecipare tutti i docenti finiti negli Albi territoriali a delle vere e proprie primarie.
Tutti gli aventi diritto al voto potranno così democraticamente eleggere (dal latino eligere, scegliere) i fortunati che per tre anni, tanto durerà la loro legislatura, lavoreranno nella Buona Scuola.
In questo modo finiranno anche i ricorsi degli esclusi (sono stato legittimato da un voto, che hai da protestare?).
Il Partito Democratico si attrezzi, e rapidamente stili un elenco di regole per questo nuovo esercizio di democrazia per i cittadini.

La Buona Scuola mortifica i docenti, e cancella il loro curriculum

Docenti_Sisifo

Dopo una vita di studio, lavoro temporaneo in tante scuole diverse, entrato / a in ruolo con un concorso regolare, un / un’insegnante della scuola pubblica potrà tornare, in età diciamo non adolescenziale, a fare quel che faceva un tempo, e cioè stare a casa, aspettando una chiamata per una supplenza qui ed una là.
E mentre prima a determinare se avesse diritto a quella supplenza, breve o lunga non importava, era il suo punteggio, calcolato con parametri oggettivi correlati al suo lavoro, oggi a determinare se avrà diritto o no a lavorare sarà un dirigente scolastico, che chiamerà chi vuole, attingendo agli albi che La Buona Scuola del Governo Renzi prevede di istituire.

Un po’ come se tutto questo fosse un film, i ringraziamenti preventivi vanno al Partito Democratico, al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, alla Ministra Stefania Giannini, che sostiene di non aver capito cosa abbiano da reclamare i sindacati, visto che verranno assunti migliaia di precari (vergogna nazionale che ci è stata rimproverata anche dall’Europa).

PS. L’assunzione dei precari non ha nulla a che vedere con la riforma, nonostante quello che Governo, telegiornali e giornali distratti ripetono ogni giorno.

@matteorenzi vuole rispettare le #regole? #Italicum #sostituzione #membri #Commissione #AffariCostituzionali

Colpirne dieci per educarli tutti (M. Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 21 Aprile 2015)

Era già accaduto al Senato nel giugno 2014, con la sostituzione- destituzione dalla commissione Affari costituzionali di tre senatori del Pd (Mineo e Chiti) e di Scelta civica (Mauro), rei di dissentire sulla controriforma costituzionale di Renzi. E siccome nessun’autorità, tantomeno Napolitano, fece una piega per difendere la Costituzione contro quella scandalosa purga ordinata dal capo del governo, ora la scena si ripete pari pari alla Camera, con la cacciata dalla commissione gemella di 10 deputati Pd colpevoli di dissenso sull’Italicum: Bersani, Cuperlo, Bindi, D’Attorre eccetera. Ma solo per 10 giorni: giusto il tempo di far votare i 10 sostituti come soldatini obbedienti sull’Italicum, poi, a missione compiuta, torneranno i titolari.

E naturalmente anche stavolta nessuno fa un plissè, nemmeno gli epurati. Eppure l’articolo 67 della Costituzione afferma: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si può contestarlo (Grillo vorrebbe abolirlo, e secondo noi sbaglia), ma intanto la regola è quella. Poi ci sono i regolamenti parlamentari: i membri delle commissioni sono nominati dai presidenti delle due Camere su indicazione dei gruppi e possano essere sostituiti se si dimettono o assumono altre cariche elettive o di governo. Non certo perché non s’inchinano agli ordini di scuderia, per giunta del governo. E poi qui non si tratta di un singolo deputato, ma di 10: tutti quelli che dissentono dal governo che – altro fatto inaudito – pretende di cambiare la legge elettorale a colpi di maggioranza (che poi -ennesima anomalia- è minoranza, senza il premio del Porcellum cancellato dalla Consulta). Inoltre – paradosso dei paradossi – Renzi invoca il vincolo di mandato dimenticando che il mandato elettorale del Pd è esattamente l’opposto dell’Italicum: i suoi parlamentari sono stati eletti nel 2013 promettendo agli elettori di cancellare il Porcellum per restituire ai cittadini il diritto di scegliersi i propri rappresentanti, non per perpetuare il potere dei capi di nominarseli col trucco delle liste o dei capilista bloccati. Quindi a tradire il mandato (peraltro mai ricevuto, essendo stato eletto per fare il sindaco di Firenze) è Renzi, non i “dissenzienti”. E, come ricorda Pippo Civati, il programma elettorale Pd diceva: “Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando. È una strada che l’Italia ha già percorso, e sempre con esiti disastrosi”. Poi ci sarebbe lo Statuto del gruppo Pd alla Camera, che recita: “Il pluralismo è elemento fondante del Gruppo e suo principio costitutivo. Esso si basa sul rispetto e la valorizzazione del contributo personale di ogni parlamentare alla vita del Gruppo, nel quadro di una leale collaborazione e nel rispetto delle norme del presente Statuto”. Quello del gruppo al Senato addirittura “riconosce e valorizza il pluralismo interno nella convinzione che il continuo confronto tra ispirazioni diverse sia fattore di arricchimento del comune progetto politico… Il Gruppo riconosce e garantisce la libertà di coscienza dei senatori… Su questioni che riguardano i principi fondamentali della Costituzione e le condizioni etiche di ciascuno, i singoli senatori possono votare in modo difforme dalle deliberazioni dell’Assemblea del Gruppo…”. Ma che pluralismo è quello che rimuove i deputati che non s’inchinano supinamente agli ordini di scuderia, per giunta del governo, per giunta sulla riforma costituzionale ed elettorale, cioè sulle regole fondamentali del gioco democratico? Sentite queste parole: “La sostituzione in commissione di Vigilanza del senatore Paolo Amato è del tutto illegittima. Il Regolamento prevede la sostituzione di un commissario solo in caso di sue dimissioni, incarico di governo o cessazione per mandato elettorale. Checché ne dica il presidente Schifani, che sta esercitando le funzioni di presidente del Senato con modalità che vanno totalmente censurate sotto ogni profilo, istituzionale e regolamentare. Modalità più da giocoliere che da interprete del diritto”. Così parlò il 4 luglio 2012 Luigi Zanda, allora vice e ora capogruppo del Pd al Senato, sdegnato perché Schifani aveva epurato l’azzurro dissidente Amato. E invocava l’art.67, che ai vertici del Pd piace molto quando c’è da sbatterlo in faccia a Grillo (che non lo vuole) e molto meno quando c’è da rispettarlo in casa propria. Cos’è cambiato da allora a oggi, a parte il colore degli epuratori e degli epurati? La Costituzione e il Regolamento per i nemici si applicano e per gli amici si interpretano, anzi si calpestano. Il refrain del Politburo Renziano, graziosamente detto Giglio Magico, è che l’assemblea del gruppo ha votato a maggioranza pro Italicum, quindi ora tutti devono adeguarsi per disciplina di partito. Ma questo può valere per le leggi di ordinaria amministrazione, non certo per le regole e i passaggi fondamentali della vita democratica. Altrimenti, di grazia, perché il 18 aprile 2013, quando l’assemblea dei grandi elettori Pd scelse Franco Marini per il Quirinale, Renzi e la sua minoranza si ribellarono alla maggioranza votando Chiamparino? Con che faccia, oggi che sono maggioranza, vogliono negare alla minoranza il diritto al dissenso?
Ps. Siccome è già partita la black propaganda per squalificare i dissenzienti come conservatori del Partito No Tutto, perfetto corollario del refrain “meglio l’Italicum che nessuna legge elettorale”, sarebbe cosa buona e giusta se la minoranza Pd, M5S, Sel e chi ci sta presentassero subito in Parlamento un ddl di una riga: “È ripristinato il Mattarellum”. Chissà che ne pensa il capo dello Stato.

Fonte: Triskel182

#Intervista di @pbersani a @repubblicait. #Italicum #presidenzialismo #fiducia #leggetruffa #Governo @matteorenzi

Riporto integralmente un’intervista rilasciata da Bersani a La Repubblica.
Direi che c’è poco da stare allegri, ma questo lo sapevo già.

ROMA – La risposta di Bersani a Renzi è una sfida. “Non sono così convinto che abbia i numeri per approvare l’Italicum. A partire dalla commissione Affari costituzionali. Ne dovrà sostituire tanti di noi per arrivare al traguardo. E se continuerà a fare delle forzature, io stesso chiederò di essere sostituito “. Sarebbe il primo vero strappo dell’ex segretario nella storia del conflitto con Matteo Renzi. La prima plastica trasgressione alla filosofia della Ditta, che va difesa a prescindere. Dopo la direzione di lunedì, Pier Luigi Bersani non ha cambiato idea: se la legge rimane così com’è, non la vota. Lo ripete a un gruppo di deputati che lo accompagna verso il suo ufficio al quinto piano di Montecitorio. Due stanzette prese in prestito dal gruppo di Sinistra e libertà, in un labirinto di scale e ascensori, strategicamente piazzate molto lontano dal Pd e questo è un altro brutto segno.

Bersani non parla di scissione. Quando il fantasma si affaccia, nel corso della conversazione, divaga, non risponde, guarda da un’altra parte. “Vediamo se si fa carico del problema – spiega riferendosi al segretario – Noi abbiamo detto: concordiamo alcune modifiche e poi votiamo l’Italicum tutti insieme sia alla Camera sia al Senato. E lui che dice? Non mi fido. Ho trovato questa risposta offensiva, molto più di tante battutine personali che riserva a chi dissente. Non mi fido di Berlusconi, lo puoi dire. Ma se non ti fidi del tuo partito, è la fine”.

Nell’appassionato ragionamento di Bersani, la battaglia è molto più profonda di un bilanciamento tra preferenze e nominati. “Le preferenze sono un falso problema. Fanno schifo anche a me, io sono per i collegi. Ma tra nominati e preferenze, scelgo le seconde. Se non piacciono a Renzi mi chiedo perché non aboliscono le primarie dove le preferenze raggiungono l’apice. Dicono: ma diventano uno strumento del malaffare. Allora io dovrei pensare che tanti parlamentari del Pd li ha portati qui la mafia?”. Non sta in piedi neanche la ricostruzione di Roberto Giachetti. Bersani sorride: “Il Mattarellum è un sistema imperfetto, ma se me lo danno lo firmo subito. Giachetti purtroppo ha la memoria corta. Non avevamo i numeri per far passare la sua mozione, forse non si ricorda com’era diviso il Parlamento in quella fase. Io comunque andai dai grillini e chiesi: voi lo votate il Mattarellum? Mi risposero: sosteniamo la mozione Giachetti. Insistetti: ma la votate sì o no? Facevano i vaghi, dovevano sentire Grillo e Casaleggio. Ci avrebbero mandato sotto, ecco cosa sarebbe successo”.

Il punto però non sono le polemiche interne. “I giornali  –  dice Bersani  –  sono pieni di veline. Le facevo anch’io quando ero segretario, ma un po’ mi vergognavo e dicevo ai miei: andiamoci piano. L’Italia adesso si prende questa legge elettorale e nessun commentatore sottolinea il pericolo cui andiamo incontro. Vedo un’ignavia diffusa. L’establishment italiano è una vergogna. Sono 4-5 poteri che dicono: andiamo avanti, corriamo. E non si chiedono se andiamo avanti per la strada giusta o verso il precipizio. Potrei fare nomi e cognomi di questi poteri e scrivere accanto le rispettive convenienze che hanno nel tacere, nel sostenere questa deriva”.

Ecco il cuore del ragionamento bersaniano: la descrizione di questa deriva. “Renzi vuole l’abolizione della rappresentanza. Punta a una sistema che non esiste da nessun’altra parte al mondo e che non ci copierà proprio nessuno perché l’Europa ma anche gli Stati uniti non sono governati da baluba. Lì si rispetta il voto popolare e si cerca di comporre le forze e i programmi per rappresentare società complesse in un momento molto difficile. Qui da noi no”. Il ballottaggio, che nella narrazione di Renzi è una grande vittoria della sinistra, per Bersani è “un vero pericolo. Non ha niente a che vedere con il doppio turno francese dove ci sono i collegi. Qui lo facciamo su base nazionale e serve solo a incoronare un leader, a creare un presidenzialismo di fatto, una democrazia plebiscitaria. Può capitare che un partito del 27 per cento prenda tutto il potere in un Parlamento di nominati al servizio del capo. E l’altra metà del Paese la consegniamo ai populisti con un esito simile a quello francese. In quel sistema presidenziale, che pure è molto bilanciato, non dai sfogo alla rappresentanza e carichi una molla che alla fine scatta, esplode. Così ti ritrovi Marine Le Pen. In Italia può succedere la stessa cosa. Si ammucchiano i populisti, Grillo e Salvini, e non sai come finisce”. La risposta a questa obiezione manda ai matti Bersani. “Dicono: tanto Renzi dura 20 anni. Ne siamo proprio sicuri? Secondo me no. La situazione è ancora fluida, la crisi non è finita. Avete visto i dati sulla disoccupazione? Ci siamo ancora dentro e non è detto che gli elettori vorranno uscirne con Renzi e con il Pd. Non dimentichiamo l’esempio di Parma. Disaffezione per la politica, crisi economica e al ballottaggio vincono i 5 stelle. E’ il modello che vogliamo per l’Italia? Se l’onda è questa, io non la seguirò”.

L’alternativa andrebbe trovata insieme. “Una correzione che permetta l’apparentamento al ballottaggio sarebbe già un passo avanti”. Se Renzi mette la fiducia? “E’ stata messa una sola volta sulla legge elettorale e dopo un ostruzionismo feroce. Era il ’53, la legge truffa. Sono cambiati i regolamenti, non so se Renzi si spingerà fino a quel punto”. Ma se lo fa, che succede alla Ditta? “Stavolta prima viene il Paese, poi la Ditta”.

#Solidarietà non è parola desueta. #Costituzione #UE #diritti #Rodotà

Solidarietà

“Praticare la solidarietà è difficile. Lo è ancora di più pensarla, quando forte è la tentazione di consegnarla a una storia che si sente finita, liberandosene quasi con un sospiro di sollievo, come se fosse ormai un peso troppo grande da portare, confinandola così tra le illusioni perdute. Ma lo vieta una realtà nella quale la solidarietà non solo resiste, ma trova persistenze forti e manifestazioni inattese. Qui deve fare le sue prove un realismo non rassegnato, che segua il lungimirante itinerario costituzionale che la individua come ‘solidarietà politica, economica e sociale’. Non è una proposizione retorica ma, appunto, un principio costitutitvo di una società umana è democratica, che sa individuare i principi che la fondano, e dai quali sa di non potersi separare”.

Stefano Rodotà. Solidarietà. Un’utopia necessaria. Editori Laterza, 2014.

Dedico questo piccolo post a tutti coloro che parlano di democrazia e progresso, senza sapere cosa dicono, e che antepongono numeri che non comprendono alle persone ed ai loro diritti.
Non dimentico ovviamente tutti coloro che vedono nella nostra Costituzione un ostacolo di cui liberarsi al più presto.